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mercoledì 2 febbraio 2011

Manfredonia: Era vero, il LUC, uno spazio nel quale si è attori e non spettatori

ERA VERO.
Il giorno dell’inaugurazione del Luc io ero presente. Non la curiosità né la mera disponibilità di tempo libero mi avevano spinto ad essere presente quella sera ma un impulso di sopravvivenza.
Faceva freddo, tanto, quella sera, non c’era in giro anima viva, nella mia mente si affrontavano ricordi e disillusioni dei tanti progetti politici e associativi che avevano visto protagonisti, oltre al sottoscritto, anche tanti dei fondatori del nuovo laboratorio.
L’inaugurazione mi lasciò l’amara sensazione di un film già visto, del solito pour parlèr trito e ritrito, della retorica asfissiante dei buoni propositi, dietro la quale inevitabilmente si cela la culla di micro e macro interessi.

Non per mia colpa, né per eccesso di pessimismo senza scopo pensavo questo, ma quando c’è di mezzo la politica ufficiale l’esperienza personale prende il sopravvento e mi spinge ad una fuga dolorosa perché consapevole, nauseante perché ingiusta.
Nel mio ritorno verso casa il cuore era diventato una borsa di rimpianti da trascinare, nella mente si alternavano flashback dilanianti sulle esperienze degli anni novanta, anni in cui la nostra città ebbe il privilegio di annoverare tra i suoi cittadini le (forse) ultime migliori generazioni di sempre.
C’era un fermento tangibile allora, ovunque, si organizzava, si progettava, si discuteva, si suonava, si creava, tutto nella previsione e nella aspettativa condivisa di cambiare davvero questa città, di restituirle la dignità sepolta sotto l’ammoniaca, di liberare la cultura e sensibilizzare la coscienza civile irretite da una dilagante tendenza al disimpegno, alla mondanità pacchiana, di riesumare il concetto di memoria come baluardo unico per un riscatto reale contro il male comune: l’indifferenza.

Continuavo a ripetermi senza postulare scorciatoie possibili che, nella migliore delle ipotesi, questo Luc sarebbe diventato una sorta di roccaforte per sopravvissuti, che al suo interno si sarebbe respirato un clima da riserva indiana, fatto di ineluttabile tirare a campare.
E’ trascorso un anno da allora e io mi sono sbagliato, e sono qui a scriverlo con indicibile gioia.
Il Luc deve aver vissuto momenti critici, i suoi protagonisti devono aver immolato fegato e pazienza in quantità esorbitante per resistere all’assalto del nulla, del piattume dell’inerzia cittadina “organizzata”, che condiziona fino a intorpidire, a inquadrare ogni dissenso, ogni tendenza alla diversità, fino a sopprimere i tratti distintivi di ogni ragazzo/a per canalizzarli nella torbida etica del dover essere socialmente accettabile, pena l’emarginazione.
Lentamente, attraverso una regia oculata e paziente, il Luc ha saputo incuriosire, richiamare, evocare, offrire, uscire dall’angolo buio e contaminare, sgomitando pacificamente, fino a ritagliarsi il dovuto spazio di protagonista sociale.

Continuare a ignorare quel “covo” sotto la piazzetta significherà d’ora in poi (per nullafacenti e ipercritici cronici) temere il suo potenziale culturale, ammettere il significato ineludibile della sua presenza, riconoscere la legittimità del suo spazio. Uno spazio nel quale si è attori e non spettatori. Era vero, dunque, e sono felice di essermi sbagliato un anno fa, così come sono felice di ammetterlo un anno dopo.

Marco Murgo

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